19 aprile 2026

LA STRAGE DI PIAZZA FONTANA (puntata n° 3)

In ogni romanzo giallo che si rispetti, la trama deve contenere il giusto quantitativo di colpi di scena affinché l’attenzione del lettore rimanga viva dall’inizio alla fine. E siccome la nostra storia è molto più di un romanzo giallo, i colpi di scena non mancheranno ed avranno tutti il medesimo fine: confondere, depistare e nascondere la verità.
Il primo colpo di scena della storia della strage di piazza Fontana avviene lontano da Milano: ci troviamo a Padova, in Veneto, circa tre mesi prima che l’esplosione della Banca Nazionale dell’Agricoltura catalizzi l’attenzione delle cronache di tutto il Paese.
È il 13 settembre 1969, di sabato: ci troviamo nei pressi del centro città e, più precisamente, al numero 15 di piazza dell’Insurrezione 28 aprile. Lì c’è un condominio di tre piani molto grande e signorile, con un grande colonnato ad archi che delimita il perimetro del pianterreno. Sotto i portici ci sono i negozi e, nell’androne che porta alle abitazioni, c’è la portineria con la guardiola.
Il portiere di quel palazzo si chiama Alberto Muraro: è un carabiniere in pensione che, dopo il congedo, ha deciso di aiutare sua moglie Onorina nella gestione della portineria. È mattina presto: sono le 7:00 di un tranquillo giorno di fine estate ed Alberto sta per iniziare le pulizie. Nel palazzo regna il silenzio più assoluto: è sabato, è mattina presto e nessuno, a parte Muraro e la sua signora, è ancora uscito dal palazzo.
Il signor Muraro si avvia così verso l’ascensore portando con sé una pattumiera, una scopa ed il secchio per lavare i pavimenti. I gesti sono calmi, lenti, quasi meccanici. Mentre cammina, Muraro pensa a ciò che avrebbe dovuto fare di lì a due giorni e, nonostante appaia tranquillo, dentro di sé è in preda all’inquietudine più totale. Ovviamente, per non preoccupare sua moglie, finge che tutto sia in ordine e cerca di comportarsi come sempre.
Una volta giunto al terzo ed ultimo piano, Muraro esce dall’ascensore ed inizia a spazzare i pavimenti com’è solito fare tutte le mattine. Nel palazzo al numero 15 di piazza dell’Insurrezione, il silenzio di quella tranquilla mattina di settembre è interrotto solo dal rumore della scopa di Alberto che sfrega sul pavimento del pianerottolo.
All’improvviso, però, accade qualcosa.
In una storia normale, dove tutto va come dovrebbe andare, il signor Muraro starebbe svolgendo tranquillamente il suo lavoro. Ma nella storia della strage di piazza Fontana, che di normale non ha assolutamente nulla, il portiere sta volando lungo la tromba delle scale. Ma non sta volando: sta cadendo da quel pianerottolo dove lo avevamo lasciato con la scopa in mano. Percorre i quindici metri di altezza in pochissimi istanti senza avere né il tempo di urlare e né di chiedere aiuto. E, quando sbatte violentemente sul pavimento dell’androne, Muraro muore sul colpo. Il secchio e rimasto lassù, al terzo piano, mentre la pattumiera è lì con lui, sul pavimento, insieme alla scopa che l’ex carabiniere stringe ancora tra le mani.
Sua moglie Onorina, dopo aver svolto le sue faccende, rientra in guardiola alle 7:30 circa. Di solito sente Alberto che pulisce ma, stranamente, nel palazzo regna il silenzio più assoluto. Attende qualche minuto per capire dove suo marito possa essersi cacciato ma niente: tutto tace e di Alberto non vi è alcuna traccia. Preoccupata, Onorina decide di andare a cercarlo. Apre la porta dell’ascensore e, quando al suo interno rinviene il corpo, ormai senza vita, del marito, rimane senza fiato per lo spavento.
Fermiamoci qui: avremo modo di riparlare di Alberto Muraro e della sua strana morte più avanti. Ora dobbiamo forzatamente tornare a Milano, in quel tremendo venerdì 12 dicembre 1969.
Siamo al numero 11 di via Fatebenefratelli, in Questura: alla Sezione Volanti c’è un giovane di 28 anni che si chiama Achille Serra.
Achille Serra (ex prefetto): «Era freddo, quel giorno. Il classico freddo col grigiore tipico della Milano di quegli anni. Ero impegnato a completare dei rapporti quando, poco prima delle 17:00, squillò il telefono. Il mio capo di allora, il commissario Ernesto Panvini, rispose alla chiamata e mi disse di andare subito alla Banca Nazionale dell’Agricoltura perché pareva fosse scoppiata una tubatura del gas e c’era stata un’esplosione.»
Achille Serra nasce a Roma nel 1941 e, dopo essersi laureato in giurisprudenza, nel 1968 fa il concorso per entrare nel Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza (come si chiamava, allora, l’attuale Polizia di Stato). Lo vince e, col grado di vicecommissario, viene mandato a Milano, suo sogno da sempre. Inizia a lavorare alla Sezione Volanti per poi passare alla Squadra Mobile di cui, dopo qualche tempo, ne diviene il dirigente. Da qui in avanti, la bravura di Serra, unita all’esperienza che ha maturato a Milano negli anni più difficili della Repubblica, sia come dirigente della Squadra Mobile che della DIGOS, gli permetteranno di diventare questore nel 1991. Dopo aver diretto le questure di Cremona e di Sondrio, nel 1993 diventa questore di Milano, la città dove la sua famiglia è sempre rimasta. Passa poi alla direzione del Servizio Centrale Operativo – lo SCO – della Polizia di Stato e, nel 1994, viene nominato prefetto di prima classe giungendo a ricoprire il ruolo di vicecapo della Polizia. Infine, tra il 1996 ed il 2013, viene eletto in Parlamento prima tra le file di Forza Italia, poi nel Partito Democratico e poi nell’UDC. Di Achille Serra, nell’immaginario collettivo rimane il dualismo con Renato Vallanzasca, capo della malavita milanese, che fu arrestato più volte proprio da Serra e che, proprio con Serra, ebbe confronti degni della trama dei migliori film polizieschi.
Achille Serra (ex prefetto): «Quando giungemmo in piazza Fontana a sirene spiegate, c’era un caos infernale. I detriti e i pezzi di vetro infranto erano dappertutto ed il fumo era talmente denso che faticavo a vedere la sagoma della banca. Ma è quando entrai dentro che assistetti ad una scena che, ancora oggi a distanza di tanti anni, è stampata nella mia testa: l’esplosione era stata gigantesca tanto da aver liquefatto le persone. L’odore era fortissimo e ci misi alcuni minuti a capire che si trattava della puzza di carne bruciata. Alcune persone avevano i corpi liquefatti per metà e molti arti umani erano stati scagliati fino al piano rialzato restando attaccati alle pareti. La prima cosa che feci, dopo essermi reso conto di essere finito in un girone infernale neanche lontanamente immaginabile, fu quello di tornare all’auto di servizio e prendere la radio per chiamare la centrale operativa. Ero agitatissimo e fortemente scosso. Con tutto il coraggio che riuscii a trovare, chiamai la sala operativa e chiesi di mandare cento ambulanze. Il collega della centrale, pensando che fosse lo shock a farmi straparlare, mi disse di calmarmi, che non era successo niente di grave e che avrebbero mandato i soccorsi. Io, mettendomi a gridare, replicai che l’esplosione era stata grandissima e che dovevano mandare subito tutte le ambulanze disponibili. Nel frattempo, mentre parlavo alla radio, un mucchio di persone si era riversato in piazza Fontana per vedere cosa fosse accaduto. Sentivo parecchie sirene in lontananza, segno che alla centrale operativa mi avevano creduto e che, finalmente, i soccorsi stavano arrivando. Quando mi mossi di nuovo in direzione della banca, vidi Ernesto Panvini, il mio capo, seduto a terra con la testa fra le mani, mentre piangeva. Era sporco di sangue e quando mi avvicinai, mi disse che, una volta entrato in banca, gli era caduto addosso il corpo di un uomo senza testa e questo lo aveva sconcertato.»
All’esterno della banca, tra le migliaia di persone che affollano la piazza, cominciano a circolare le voci più diverse: una bomba, una caldaia, una tubatura del gas. E, anche se allora era giovane e inesperto, il prefetto Serra su una cosa non si era affatto sbagliato: nella Banca Nazionale dell’Agricoltura, quel 12 dicembre 1969, si era scatenato l’inferno.
Ugo Paolillo (ex magistrato): «Arrivai in piazza Fontana poco prima delle 17:00 con una gazzella dei Carabinieri. Dopo essere entrato, quello che ho visto non ho potuto mai dimenticarlo. Era una scena orripilante… L’esplosione si era mossa con una specie di “effetto bacinella” e si era scaricata tutta sul lato sinistro della struttura cilindrica che era l’interno della sala della banca. Sulle pareti c’erano arti umani che, ad un certo punto, hanno iniziato a staccarsi cominciando a cadere verso il basso. Quando sono arrivati i pompieri, ho cercato di fare un po’ di ordine. Nel frattempo, era arrivata pure la Polizia Scientifica e, nonostante quello fosse un momento di profondo cordoglio per le vittime, era anche il momento in cui bisognava preservare il luogo dell’esplosione affinché potesse essere ispezionato per cercare tutte le prove necessarie per far partire immediatamente l’indagine.»
Fortunato Zinni (ex dipendente e funzionario della Banca Nazionale dell’Agricoltura): «Poco dopo l’arrivo delle forze dell’ordine, il direttore della banca mi prese in disparte. Sapeva quanto fossi scosso e quanto volessi tornare a casa ma, essendo io il solo che conosceva quasi tutti i clienti investiti dallo scoppio, mi diede carta e penna chiedendomi di fare l’elenco dei morti con nome, cognome e luogo di provenienza. Bisognava avvertire le famiglie e qualcuno doveva provvedere. Dio solo sa quanto fu doloroso quel compito, ma iniziai a stilare l’elenco che il mio direttore mi chiese.»
Un fatto come quello di piazza Fontana, però, non si limita solamente alla cronaca nuda e cruda con la conta dei morti e dei feriti. No: oltre ai morti ed ai feriti, ci sono le loro famiglie. Ogni morto ed ogni ferito aveva una moglie, dei figli, dei fratelli, delle sorelle, dei genitori. E sono proprio le famiglie a vivere il dramma più grande, attendendo per ore il rientro a casa di quelle persone che, purtroppo, non sarebbero più tornate.
Una volta che le ambulanze giungono sul luogo dell’esplosione, i feriti vengono smistati nei vari ospedali di Milano mentre i morti – ciò che ne resta perlomeno – va direttamente al numero 17 di via Mangiagalli, dove c’è l’obitorio.
I parenti delle persone che si trovavano all’interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura iniziano ad arrivare nel capoluogo lombardo solo in tarda serata. Dopo le numerose telefonate a Polizia e Carabinieri da cui hanno appreso dello scoppio avvenuto in piazza Fontana e capendo subito che la questione era grave, in molti avevano chiamato le redazioni dei giornali che, in base all’elenco dei morti e dei feriti in loro possesso, li hanno indirizzati verso i vari ospedali o verso l’Istituto di Medicina Legale.
Francesca Dendena (figlia di Pietro Dendena): «Quando siamo arrivati all’ospedale Fatebenefratelli, mio padre non si trovava. Ad un certo punto, mio fratello Paolo vide mio padre su una barella che stava per essere portata all’obitorio. Lo riconobbe dall’abito Principe di Galles che indossava quel giorno. Era molto tardi e dovemmo attendere il giorno seguente per il riconoscimento. Fu tutto estremamente difficile: il recupero dei suoi effetti personali, dell’automobile che non sapevamo dove fosse parcheggiata e, perfino, della salma di papà affinché potessimo dargli una degna sepoltura…»
Ma c’è un altro dramma che le famiglie delle vittime di piazza Fontana devono affrontare: la vita che continua. C’è l’affitto da pagare, ci sono i figli da crescere, c’è la quotidianità stessa che, venendo a mancare il capofamiglia, si trasforma in un grosso punto di domanda.
Carlo Arnoldi (figlio di Giovanni Arnoldi): «Io e mia sorella eravamo piccoli. Io avevo 15 anni e, oltre a pensare a nostro padre che non c’era più, iniziai a pensare a cosa avremmo fatto noi dopo. Papà non era rientrato e, quando quella sera sentimmo suonare alla porta, pensavamo fosse lui. Invece era il medico di famiglia che ci avvisava che mio padre era rimasto ferito nell’esplosione avvenuta in piazza Fontana. Mia madre telefonò subito ad uno zio avvisandolo di ciò che era successo alla Banca Nazionale dell’Agricoltura. Ricordo che mio zio corse a Milano e, quando arrivò, fu un funzionario della banca che gli disse che Arnoldi era lì. Mio zio iniziò a cercarlo e sulle prime non lo vide. Poi notò il corpo di un uomo carbonizzato che indossava un paio di scarpe che riconobbe: erano quelle che mio padre aveva comprato insieme a lui. Quando ricevemmo la conferma della scomparsa di papà, anche noi andammo a Milano. Ma essendo arrivati tardi, trovammo l’obitorio già chiuso. Passai la notte peggiore della mia vita... Il mattino dopo, nonostante fossi un ragazzino, dissi a mia madre di non entrare e che avrei riconosciuto io il papà. Volevo lo ricordasse com’era e feci bene perché era irriconoscibile.»
Paolo Silva (figlio di Carlo Silva): «Papà aveva 71 anni ed era in pensione. Amava recarsi al mercato del venerdì di piazza Fontana perché poteva rivedere i vecchi amici ed i molti conoscenti che aveva. Era un modo per passare il tempo, da quando aveva smesso di lavorare. Quando ci fu l’esplosione, io mi trovavo in centro. Avevo 27 anni ed andai da un mio amico che gestiva un distributore di benzina. Quando arrivai e questo amico mi raccontò dello scoppio di piazza Fontana, io pensai immediatamente a mio padre che sapevo essere lì. Corsi subito verso la piazza… C’era moltissima gente, c’erano le ambulanze e le macchine della Polizia. Una confusione assoluta. Chiesi notizie di mio padre ai poliziotti che erano lì ma nessuno di questi seppe dirmi qualcosa. Andai quindi in Questura, in via Fatebenefratelli, dove trovai mio fratello; gli chiesi subito dove fosse papà ma anche lui non fu in grado di darmi notizie cete. Ad un certo punto, venimmo avvisati da un alto funzionario della Polizia che, all’obitorio, c’era una vittima ancora da identificare. Papà, infatti, non si trovava né tra i morti né tra i feriti. La sera stessa, all’obitorio, alzando quel lenzuolo bianco, io e mio fratello effettuammo il riconoscimento di nostro padre da quel poco che era rimasto di lui.»
Al telegiornale delle 21:00, dalla voce di Rodolfo Brancoli, tutta l’Italia apprende dell’esplosione alla Banca Nazionale dell’Agricoltura.
Rodolfo Brancoli (ex giornalista): «Ci sono state diverse esplosioni, nel pomeriggio, a Milano e a Roma. La più grave è avvenuta a Milano nel salone centrale della sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura. Per lo scoppio quattordici persone sono morte, un’ottantina è rimasta ferita o contusa. Due dei feriti sono gravi. Sembra accertato che sia scoppiata una bomba. Il fatto, per la sua atrocità, per il numero di morti e feriti, è il più grave che abbia colpito Milano in tempo di pace. A Roma, anche qui in pieno centro della città, ci sono state tre esplosioni. Due ordigni sono scoppiati all’Altare della Patria. Il boato è stato udito in tutto il centro della città. L’altra esplosione di Roma è avvenuta nella sede centrale della Banca Nazionale del Lavoro. I feriti sono più di dieci. Non ci sono vittime. Molti dei testimoni presenti in piazza Fontana dicono che erano circa le quattro e mezzo quando nel salone della banca – affollatissimo oggi perché era giornata di mercato – è avvenuta la tremenda esplosione. Un boato e una fiammata hanno letteralmente sconvolto l’edificio. Una buca di circa un metro di diametro si è aperta nel pavimento della parte riservata ai clienti che, in quel momento, stavano ultimando le operazioni bancarie. I primi soccorsi sono stati portati dai cittadini che, a quell’ora, si trovavano numerosi nella centralissima piazza di Milano che è a pochi passi dal Duomo. È scattato subito l’allarme alla Polizia, ai Vigili del Fuoco e agli ospedali. Sul posto si sono recate immediatamente tutte le autorità della provincia e il Cardinale Arcivescovo la cui sede è a pochi passi dalla banca. Nell’aria c’era un odore acre di esplosivo. La maggior parte delle persone che erano presenti ha detto che probabilmente si trattava di una bomba. Tutta la zona adesso è presidiata dai Carabinieri ed agenti di Pubblica Sicurezza. Il traffico è stato deviato per consentire un rapido movimento dei mezzi di soccorso. Il Sindaco ha proclamato il lutto cittadino e tutti gli spettacoli sono stati sospesi. Le bandiere abbrunate saranno esposte su tutti gli edifici nella giornata di domani. Sono state sospese le illuminazioni natalizie in segno di lutto. I feriti delle esplosioni di Roma sono, come abbiamo detto, più di dieci. Secondo i primi accertamenti, la bomba scoppiata alla Banca Nazionale del Lavoro era composta da una quantità di esplosivo tra gli ottocento grammi e i due chili. Sono passati otto minuti tra la prima e la seconda esplosione all’Altare della Patria. La prima è avvenuta alle 17.16 e la seconda alle 17.24. I due ordigni che sono scoppiati al Milite Ignoto erano ad alto potenziale. Uno è esploso sulla seconda terrazza davanti alla porta del Museo del Risorgimento. Uno dei battenti è stato scardinato e lanciato a sette metri di distanza. Una signora che si trovava a passare con una 600, è stata sbalzata in aria e la macchina si è rovesciata su un fianco. È stata soccorsa e condotta all’ospedale. Tutti i vetri della basilica dell’Ara Coeli e del Museo del Risorgimento si sono rotti. All’interno della chiesa sono crollati alcuni pezzi del soffitto istoriato. L’altra bomba era stata sistemata sotto l’asta della bandiera, sotto la seconda terrazza del Vittoriano. Lo scoppio ha troncato l’asta e ha fatto a pezzi una parte della balaustra. L’altra esplosione di Roma è avvenuta negli scantinati della Banca Nazionale del Lavoro, in via S. Basilio, nei pressi di via Veneto. I feriti sono stati medicati al Policlinico. Più precisamente, l’ordigno di via S. Basilio, sempre secondo i primi accertamenti, sarebbe scoppiato in un passaggio sotterraneo che collega i due edifici posti l’uno di fronte all’altro dove hanno sede gli uffici centrali della stessa Banca Nazionale del Lavoro. Il fabbricato, dove lavorano duemila persone, è stato fatto sgombrare dal personale di polizia. Anche qui l’esplosione ha provocato la rottura dei vetri e sono state le schegge a ferire le persone. Nel passaggio sotterraneo i tubi dell’impianto di riscaldamento si sono rotti e l’acqua ha allagato una parte dei locali. Per lo scoppio all’Altare della Patria sono state danneggiate anche molte auto in sosta a fianco del Vittoriano. Per precauzione, tutta la zona circostante è stata isolata. Tecnici della Direzione di Artiglieria e Vigili del Fuoco hanno compiuto un ampio sopralluogo. Anche gli uomini della Polizia Scientifica della Questura e i Carabinieri sono accorsi per cercare di accertare la natura degli ordigni esplosivi. Il Consiglio dei ministri sta per riunirsi a Palazzo Chigi. Il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat ha indirizzato, al presidente del Consiglio, Mariano Rumor, il seguente messaggio: “L’orrendo attentato che ha seminato la morte a Milano lascia sgomenta la nazione per l’efferatezza del delitto, per la sua mostruosa enormità, per la sua bestiale incoscienza. L’attentato di Milano – dice il messaggio del Capo dello Stato – è l’anello di una tragica catena di atti terroristici che deve essere spezzata a ogni costo per salvaguardare la vita e la libertà dei cittadini. Tocca alle Forze dell’ordine democratico, tocca all’Autorità giudiziaria, di fronte alla quale giacciono numerose denunce per istigazione ad atti di terrorismo, restituire alla legge voluta dal popolo l’assoluta sovranità. Tocca ai cittadini assecondare l’opera della giustizia e delle Forze dell’ordine democratico, della difesa della vita contro la violenza omicida. A lei, onorevole Presidente, e al ministro dell’Interno Franco Restivo – dice il Presidente della Repubblica – esprimo tutta la mia solidarietà per l’azione che il Governo intraprende allo scopo di reprimere inesorabilmente questi atti criminali rivolti a sovvertire il libero e democratico ordinamento del nostro Paese e la prego di porgere le commosse condoglianze a nome della nazione e mio personale alle famiglie delle vittime”.»

Un'immagine dell'ex prefetto Achille Serra (Internet)

L'ex magistrato Ugo Paolillo (Internet)

A sinistra, Pietro Dendena, vittima dell'attentato di piazza Fontana, insieme alla sua famiglia (Internet)

Carlo Silva, vittima della strage di piazza Fontana, in un'immagine risalente egli anni Sessanta (Internet)

Gerolamo Papetti, vittima dell'attentato alla Banca Nazionale dell'Agricoltura, negli anni Sessanta (Internet)

Giovanni Arnoldi, vittima della strage, e la sua famiglia negli anni Sessanta (Internet)

Carlo Gaiani, una delle vittime della strage di piazza Fontana (Internet)

28 febbraio 2026

LA STRAGE DI PIAZZA FONTANA (puntata n° 2)

Ora cambiamo scena: usciamo dalla rotonda della Banca Nazionale dell’Agricoltura e spostiamoci più avanti, tra via Beccaria e piazza San Babila.
Il centro del capoluogo lombardo è illuminato a festa: le luci delle vetrine dei negozi e delle luminarie si riflettono sulle gocce di pioggia che bagnano le automobili. Fa molto freddo ma, come abbiamo visto, per strada c’è moltissima gente che gira per i negozi oppure, dentro i bar, che sorseggia un caffè o beve il primo aperitivo della serata. Agli angoli delle strade ci sono i venditori di caldarroste mentre, sotto i portici, gli zampognari allietano i passanti con le loro musiche natalizie.
È tutto perfetto, quasi magico: i tumulti di quel periodo – tutto il 1968 e buona parte del 1969 – sembrano appartenere ad un’epoca remota e, in quel 12 dicembre, tutto ciò che è stato non importa più a nessuno. Il giornalista e scrittore Daniele Biacchessi, descrivendo quei giorni, dirà: «Tutti noi italiani ci sentivamo felici, immortali, allegri, innocenti.»
Nel punto in cui ci siamo spostati, all’improvviso appare un’immagine che stride totalmente con l’atmosfera natalizia che abbiamo appena descritto: l’immagine è quella di un uomo che corre disperatamente. Ha le braccia alzate sopra la testa ed urla come un pazzo. Ha i vestiti tutti bruciacchiati ed è ferito: il sangue gli copre entrambe le mani e buona parte del volto perché ha un taglio profondo sulla testa. La gente che lo incontra cerca di calmarlo ma non ci riesce. L’uomo pronuncia frasi sconnesse ed è visibilmente sotto shock. Ma anche se fatica ad esprimersi e a farsi capire, con la mano sporca di sangue continua ad indicare un punto preciso in fondo a via Beccaria: lì c’è piazza Fontana.
Cos’è successo in piazza Fontana?
Fortunato Zinni (ex dipendente e funzionario della Banca Nazionale dell’Agricoltura): «Mi trovavo al mio posto di lavoro, allo sportello 15, presso cui avevo fatto ritorno dopo aver regolarizzato una contrattazione tra i signori Paolo Gerli e Gerolamo Papetti. Poco dopo le 16:30 fui chiamato al piano rialzato perché era richiesta la mia presenza: all’epoca ero anche il presidente della commissione sindacale della banca e dovevo firmare un accordo a cui avevamo lavorato nelle settimane precedenti. Mi spostai, quindi, da dietro il bancone per andare di sopra. Una volta giunto nell’ufficio dov’ero atteso, mi resi conto di non aver dato, né a Gerli e né a Papetti, la ricevuta della transazione che avevano appena concluso. Mi avvicinai ad una delle finestre e la aprii per chiamarli. Ma siccome di sotto, nella rotonda, c’era troppo chiasso e i due non mi sentivano, richiusi la finestra appoggiandomici con la schiena.»
Per recarsi al piano rialzato, il signor Zinni deve attraversare il salone delle contrattazioni. Lì ci sono il signor Silva che parla coi suoi vecchi amici ed il signor Gaiani che deve vendere le sue mucche. Ci sono il signor Arnoldi, che deve mediare sulla compravendita della cascina di Lodi, ed il signor Dendena che, al tavolo ottagonale, non riesce a capire da dove provenga quello strano odore di bruciato che sente da quando si è seduto. Ci sono poi Patrizia ed Enrico che, in coda allo sportello, attendono il loro turno per pagare la cambiale e le bollette che i genitori hanno affidato loro. Chiunque veda il signor Zinni passare, lo ferma per un consiglio, per una domanda, o perché ha bisogno della sua presenza per concludere una transazione.
Tutto sembra procedere come in ogni venerdì di mercato, con la Banca Nazionale dell’Agricoltura che diventa il centro di tutte le contrattazioni agricole della Lombardia.
Fortunato Zinni (ex dipendente e funzionario della Banca Nazionale dell’Agricoltura): «Stavo parlando coi miei colleghi in merito all’accordo sindacale che stavamo per siglare quando, alle 16:37, ci fu un botto colossale. Mi ritrovai a terra, disteso, circa cinque metri più avanti rispetto alla finestra alla quale ero appoggiato. Ricordo che ero totalmente disorientato e non capivo cosa fosse accaduto… Non vedevo niente perché era tutto buio.»
Che cosa è successo nella Banca Nazionale dell’Agricoltura di piazza Fontana?
È successo che, nel centro della rotonda, proprio sotto al tavolo ottagonale, si è verificata una tremenda esplosione. La fiammata è dapprima andata giù, scavando un buco di circa un metro di diametro sul pavimento, e poi è andata su, investendo chi si trovava nelle immediate vicinanze come il signor Dendena. L’onda d’urto ad altissimo potenziale ha distrutto completamente il tavolo ottagonale, le vetrate degli sportelli, quelle del piano rialzato e quelle a cupola sopra la rotonda, finendo per scaricarsi quasi completamente sul lato sinistro del salone della banca. Pezzi di muro, frammenti di legno e di vetro, macchine da scrivere, timbri e penne vengono scagliati tutt’intorno come fossero proiettili che feriscono, dilaniano, lacerano ed uccidono ogni persona che incontrano sulla loro traiettoria. Vanno in frantumi pure le vetrate esterne della banca: la violenza dell’esplosione è così elevata che molti frammenti arrivano fino al vicino ristorante L’Angelo e nei palazzi vicini. Non solo: diverse persone che si trovavano vicino all’entrata dell’istituto di credito vengono addirittura sbalzate all’esterno, in mezzo alla strada, come accade nei film d’azione.
Fortunato Zinni (ex dipendente e funzionario della Banca Nazionale dell’Agricoltura): «Cercai di rialzarmi in piedi pur rendendomi conto di essere completamente frastornato. Molti colleghi, anch’essi feriti, correvano verso l’esterno della banca per mettersi in salvo. La stessa cosa la facevano i clienti… C’era una confusione estrema e, quando mi rimisi in piedi, ridiscesi al piano inferiore. Quando giunsi nel salone, ricordo che sentii squillare i telefoni che si trovavano sul bancone. Afferrai una delle cornette e, dall’altro capo del telefono, un poliziotto del centralino della Questura di Milano mi chiese subito cosa fosse successo perché, da loro, era scattato l’allarme che identificava la nostra banca. Io risposi che c’era stato un boato forte ma che non sapevo nulla di più. Il poliziotto, rimanendo in linea, mi chiese di verificare e di fargli il resoconto di cosa vedessi. La scena che avevo davanti era agghiacciante: c’erano distruzione e devastazione ovunque. Le urla delle persone ferite si mescolavano all’odore acre di bruciato. C’era un buco sul pavimento e, al suo fianco, una sedia rimasta miracolosamente intatta. Ad un tratto un signore mi prese per i pantaloni chiamandomi per nome. Era in un lago di sangue ed aveva una gamba troncata di netto… Mi implorava di aiutarlo ma io non sapevo cosa fare. Mi inginocchiai iniziando a piangere e tremare…»
L’esplosione uccide il signor Pietro Dendena ma anche i signori Carlo Gaiani e Giovanni Arnoldi. Muoiono Carlo Silva, i signori Gerolamo Papetti, Paolo Gerli ed altre otto persone. Patrizia ed Enrico riescono a salvarsi ma rimangono gravemente feriti: Patrizia riporterà ustioni gravi in buona parte del corpo mentre Enrico, investito dall’esplosione in modo più importante, oltre alle ustioni perderà parte del piede sinistro e tre dita del piede destro.
I primi soccorsi si materializzano nella persona di Michele Priore: è un allievo sottufficiale di Pubblica Sicurezza che, al momento dello scoppio, si trova sull’autobus della linea N che passa da piazza Fontana transitando dinanzi alla Banca Nazionale dell’Agricoltura.
Insieme al resto dei passeggeri vede il bagliore dell’esplosione e la sente anche: l’autobus, investito dall’onda d’urto, traballa mentre continua a muoversi lentamente davanti alla banca semidistrutta. Priore non crede ai suoi occhi ma poi, ripresosi dallo shock, attraversa il pullman in direzione del conducente a cui ordina di fermarsi. L’autista dell’ATM, anch’esso scosso dalla scena cui aveva appena assistito, ferma il mezzo e Priore, di corsa, si precipita verso la Banca Nazionale dell’Agricoltura.
Il poliziotto dapprima vede i superstiti che, feriti ed ustionati, escono dall’istituto di credito barcollando come fossero degli zombie. Ma è quando entra nella banca che non crede ai suoi occhi: un uomo senza un braccio è in piedi dinanzi a lui e gli si avvicina implorandolo di aiutarlo ma, nel momento in cui Priore si riprende e fa per afferrarlo, l’uomo cade a terra svenuto. Dentro alla rotonda è un inferno: sul pavimento, tre persone strisciano per allontanarsi. Il sottufficiale riesce a distinguere chiaramente solo una donna perché le altre due sono talmente ustionate da essere irriconoscibili.
L’aria è irrespirabile perché l’odore di bruciato – misto a quello del sangue e della carne umana carbonizzata – soffoca ogni respiro. Ma Priore, pur volendo scappare via da quel girone dantesco, rimane per prestare soccorso a tutti coloro che ne hanno un disperato bisogno. Vede il buco che, nel centro della sala, è circondato da frammenti di legno, pezzi di corpi umani, organi interni e materia cerebrale. Sotto un mucchio di macerie, di detriti, e di corpi dilaniati, Michele Priore vede una mano che si muove: quando l’allievo sottufficiale l’afferra, convinto che appartenga ad un superstite, si rende conto che si tratta di un braccio staccato di netto.
Michele Priore non è il solo che tenta di dare una mano agli sventurati che, alle 16:37 del 12 dicembre 1969, si trovavano dentro alla Banca Nazionale dell’Agricoltura; c’è anche don Corrado Fioravanti – l’allora parroco di Cinisello Balsamo – che si trovava lì per depositare i proventi di una cooperativa che gestiva una fabbrica di aceto che lo stesso parroco aveva contribuito a far nascere.
Don Corrado si salva solamente perché, al momento esatto dell’esplosione, si trova dietro una delle colonne della rotonda che gli ha fatto da scudo. Anche lui, come Priore, non crede a ciò che i suoi occhi stanno vedendo: gente letteralmente a pezzi, senza arti o con intere parti del corpo liquefatte dal calore dell’esplosione, che grida, urla e si lamenta per il dolore delle ferite riportate.
Don Corrado Fioravanti (ex parroco di Cinisello Balsamo): «Una scena apocalittica, da inferno sulla terra. Mi è venuta incontro una ragazza senza un braccio. Con l’altro mi ha tirato la tonaca implorandomi di aiutarla. Anche altri mi hanno tirato la veste. Uno gridava di non sentire più la gamba… Ed era vero perché la gamba non l’aveva più. Ma c’era anche chi, oltre ad essere rimasto senza una gamba, aveva perso anche un braccio: così, atrocemente mutilata, giaceva a terra una ragazza. E poi altre voci che mi chiedevano di toglier loro di dosso pezzi di tavolo, sedie, macerie. Io toglievo… E più toglievo, più trovavo gente mutilata o quasi sciolta o che ancora bruciava rotolandosi a terra in fiamme. Uno scempio… Uno scempio… Ho pregato per tutti loro: per quelle maschere di sangue, per quei ventri squarciati e per quei poveri brandelli di sangue. Ho dato a tutti l’assoluzione e la benedizione di Dio.»
Il bilancio dell’esplosione di piazza Fontana è spaventoso, il più alto mai registrato in Italia in tempo di pace: i morti sul colpo sono dodici. Diventeranno tredici il mattino dopo e sedici nei giorni successivi. La diciassettesima vittima giungerà all’appello addirittura quattordici anni più tardi – nel 1983 – a causa di un’infezione aggravata dalle ferite riportate in piazza Fontana. I feriti, invece, annoverati tra gli impiegati della banca, i clienti ed i passanti, sono ottantasei.
Diciassette morti ed ottantasei feriti: una strage.

L'esterno della Banca Nazionale dell'Agricoltura, affollato di gente, dopo l'esplosione delle 16:37 del 12 dicembre 1969 (Archivio De Bellis - Fotogramma)

L'esterno della Banca Nazionale dell'Agricoltura, affollato di gente, dopo l'esplosione delle 16:37 del 12 dicembre 1969 (Internet)

Immagine della "rotonda", devastata dall'esplosione delle 16:37 del 12 dicembre 1969, ripresa dall'interno degli uffici (Archivio De Bellis - Fotogramma)

Altra immagine, ripresa dall'alto, della "rotonda" dopo l'esplosione (Internet)

L'interno della Banca Nazionale dell'Agricoltura dopo l'esplosione (Internet)

Poliziotti, inquirenti e Vigili del Fuoco all'interno del salone della Banca Nazionale dell'Agricoltura dopo l'esplosione (Internet)

Poliziotti, inquirenti e Vigili del Fuoco all'interno del salone della Banca Nazionale dell'Agricoltura dopo l'esplosione (Internet)

Il corpo di una delle vittime viene coperto con un lenzuolo bianco (Internet)

Un'altra veduta della "rotonda" totalmente devastata dalla potenza dell'esplosione (Archivio De Bellis - Fotogramma)

L'interno della Banca Nazionale dell'Agricoltura dopo l'esplosione (Archivio De Bellis - Fotogramma)

L'interno della Banca Nazionale dell'Agricoltura dopo l'esplosione (Archivio De Bellis - Fotogramma)

L'interno della Banca Nazionale dell'Agricoltura dopo l'esplosione (Archivio De Bellis - Fotogramma)

Due poliziotti increduli all'inferno della sala delle contrattazioni della Banca Nazionale dell'Agricoltura (Archivio De Bellis - Fotogramma)

Un altro poliziotto nei pressi del buco sul pavimento che rappresenta il punto esatto in cui c'è stata l'esplosione. Da notare la sedia, rimasta intatta, della quale parla Fortunato Zinni nella sua testimonianza (Internet)

Dettaglio del buco sul pavimento, del diametro di circa un metro, provocato dall'esplosione (Internet)

Un superstite mentre esce, con un'evidente fasciatura sulla testa, dalla Banca Nazionale dell'Agricoltura (Archivio De Bellis - Fotogramma)

Il corpo di una delle vittime viene caricato sul furgone dagli addetti dell'obitorio (Archivio De Bellis - Fotogramma)

21 febbraio 2026

LA STRAGE DI PIAZZA FONTANA (puntata n° 1)

La storia che sto per raccontarvi è la prima di una lunga serie di storie brutte, di quelle storie che, solo a sentirle, fanno venire i brividi lungo la schiena; lo stesso giudice Guido Salvini, all'inizio del suo libro La maledizione di piazza Fontana, afferma che «questa è una storia che non vorrebbe essere scritta e che nessuno vorrebbe scrivere».
È una storia fatta di morti, di feriti e di attentatori. Ma è anche una storia fatta di depistaggi, dove alcuni “pezzi” dello Stato hanno agito, nell’ombra, proprio contro quello Stato che avrebbero dovuto servire e proteggere: questa è la storia della strage di piazza Fontana.
La nostra storia inizia il 12 dicembre 2025, di venerdì: il centro di Milano è vestito a festa perché si sta avvicinando il Natale e la città, addobbata come non mai, è un piacere per gli occhi che la guardano.
In piazza Duomo, lo stile gotico e rigoroso della cattedrale su cui veglia la “Madunìna”, contrasta coi colori sfavillanti dell'albero dei Giochi Olimpici di Milano-Cotina 2026 mentre, poco più in là, nella galleria Vittorio Emanuele II, le luminarie col logo del Comune di Milano riempiono la cupola sopra l'albero di Lenovo i cui giochi di luce regalano un’atmosfera magica degna delle migliori favole per bambini. In via Monte Napoleone e in via della Spiga le griffe del “quadrilatero della moda” attendono, nei loro atelier, la gente facoltosa mentre, poco più in là, La Rinascente di piazza Duomo è pronta per dare il via allo shopping natalizio della gente comune.
Ma lasciamo l'odierna Milano su cui stanno per accendersi i riflettori delle Olimpiadi Invernali e facciamo un salto indietro di cinquantasei anni: è il 12 dicembre 1969, sempre di venerdì, e mancano tredici giorni a Natale. La giornata è grigia, fredda e piovosa. Sono le 16:30 ed il centro di Milano è affollato dalla gente che guarda le vetrine dei negozi in cerca dei regali per i propri cari.
Al cinema Rivoli danno Un uomo da marciapiede (con Dustin Hoffman) e all’Excelsior Nell’anno del Signore (con Nino Manfredi). Al Teatro alla Scala va in scena Il Barbiere di Siviglia di Gioacchino Rossini.
Nei bar Haiti e Barba si servono caffè in continuazione – 50 lire il costo di una tazzina – mentre da Savini, pasticcini e torte addolciscono il palato degli avventori infreddoliti da quella grigia giornata di dicembre su cui è già calata la sera.
A pochi passi dal Duomo c’è una piccola piazza che si chiama piazza Fontana: il suo nome deriva proprio dalla fontana – la prima costruita a Milano per opera dell’architetto Giuseppe Piermarini – che si trova nel centro della grande aiuola che ne occupa quasi per intero la superficie. Di fronte all’aiuola c’è una banca che si chiama Banca Nazionale dell’Agricoltura e che si trova in un edificio solido e squadrato di tre piani, dalla forma pentagonale, situato a fianco della Curia arcivescovile. La Banca Nazionale dell’Agricoltura non è una banca qualsiasi: oltre alle normali operazioni bancarie di routine, per una concessione governativa risalente agli anni Venti, funge anche da mercato per le contrattazioni di allevatori, agricoltori e produttori di mangime. È una banca molto grande: conta quasi trecento dipendenti e proprio quel venerdì, giorno di contrattazioni, è affollata da allevatori, agricoltori e fittavoli provenienti da quasi tutta la Lombardia.
Fortunato Zinni (ex dipendente e funzionario della Banca Nazionale dell’Agricoltura): «Quel pomeriggio la banca era piena di gente. L’atmosfera era di festa, anche se la giornata era uggiosa e molto buia. Milano era addobbata ed illuminata a giorno. Contrariamente a tutte le altre banche del centro che avrebbero chiuso alle 16:30, noi avremmo continuato l’orario dello sportello fino alle 17:30 perché il venerdì era giorno di mercato. Nel salone della banca ci saranno state circa duecento persone. Io stavo dietro allo sportello numero 15 che era quello riservato alle contrattazioni ma, dovendo poi avallarle di persona, continuavo a fare la spola tra il mio posto e la sala.»
Fortunato Zinni, classe 1940, è originario di Roccascalegna, un paesino in provincia di Chieti situato sull’Appennino abruzzese. Rimasto orfano di padre – morto nel 1941, sul confine albanese, durante la Seconda Guerra mondiale – a 5 anni viene spedito in orfanotrofio dove rimarrà sino al conseguimento della maturità in ragioneria. Inizia presto a collaborare con la locale redazione del quotidiano Il Messaggero per poi passare a quella di Roma dove si trasferirà. Interrotti gli studi universitari che nel frattempo aveva intrapreso, Zinni emigra in Svizzera – a Lucerna – dove dapprima farà il muratore, poi l’operaio in una vetreria e, infine, l’impiegato in una ditta di import/export. Nel 1962 rientra in Italia e si stabilisce a Bresso, nell’hinterland di Milano. Comincia a lavorare nella filiale monzese della Banca Nazionale dell’Agricoltura per poi essere assegnato, nel 1963, alla sede principale di piazza Fontana dove diventerà pure il presidente della commissione sindacale interna. Nel 1964 si candida alle elezioni comunali di Bresso in una lista di centrosinistra e, una volta eletto, diventa dapprima consigliere e poi assessore. La carriera politica di Zinni durerà complessivamente quarantaquattro anni, culminando nel quinquennio 2008-2013, quando sarà eletto sindaco, in concomitanza del raggiungimento dell’età pensionabile.
Impiegato ormai esperto, Fortunato Zinni è “l’uomo delle contrattazioni”: all’epoca, in una realtà molto diversa da quella di oggi, le transazioni tra acquirenti e venditori si chiudevano con una stretta di mano che equivaleva ad un contratto scritto. Il signor Zinni, in qualità di mediatore, avallava la compravendita appoggiando le sue mani su quelle dei contraenti a suggello del buon esito della trattativa. Un altro metodo che i mediatori e lo stesso Zinni utilizzavano, era la cosiddetta “spaccata” con la quale il mediatore, col taglio della propria a mo’ di colpo di karate, rompeva la stretta di mano tra venditore ed acquirente.
La sala di cui parla Zinni è situata proprio al centro della banca: di forma circolare e sormontata da due grandi vetrate a cupola – i dipendenti della banca ed i clienti la chiamano “la rotonda” – ha, nel centro, un grande tavolo ottagonale. Fatto di pesante legno di mogano e circondato da numerose sedie, il tavolo viene utilizzato dai clienti per compilare le distinte di pagamento, gli assegni e discutere dei propri affari.
Tra le persone che affollano la rotonda, c’è un signore che si chiama Giovanni Arnoldi: ha 42 anni e viene da Magherno – in provincia di Pavia – dove il signor Arnoldi possiede un cinema, il cinema Nuovo. Arnoldi lo apre nel 1952, dopo essersi fatto liquidare la sua quota dell’azienda agricola di famiglia. L’attività del cinema va a gonfie vele nei primi anni ma poi, con l’avvento della televisione in diverse case del paese, gli affari cominciano a peggiorare. Avendo una famiglia sulle spalle – sua moglie Costantina ed i figli Carlo e Giuseppina – Arnoldi decide di tornare al suo vecchio lavoro di agricoltore affiancandolo alla gestione del cinema. Affitta una stalla, dei terreni e comincia pure a vendere bestiame. Essendo molto bravo, Arnoldi diventa presto anche mediatore ed è proprio in questa veste che, quel giorno, si trova lì in piazza Fontana.
Carlo Arnoldi (figlio di Giovanni Arnoldi): «Quel giorno papà voleva rimanere a casa. C’era parecchia nebbia e lui non stava bene. Avrebbe dovuto recarsi a Milano ma, proprio perché stava male, aveva rinviato i suoi appuntamenti al venerdì successivo. Verso le 15:00, però, ricevette la telefonata di un agricoltore di Lodi che doveva comprare una cascina e che necessitava urgentemente della sua presenza a Milano, in piazza Fontana. Papà, di malavoglia, si vestì e, con la sua auto, si diresse verso il capoluogo.»
Pietro Dendena ha 45 anni ed è di Lodi: anche lui fa il mediatore agricolo e quel pomeriggio, con sua moglie, è stato in provincia di Cremona ai funerali di un congiunto. Dovendo però correre a Milano per perfezionare delle trattative, affida la moglie ad uno dei parenti presenti alle esequie e se ne va. Ha fretta il signor Pietro: il giorno dopo sarà S. Lucia che, a Lodi, è quasi come fosse Natale e lui, dopo aver sbrigato le mediazioni, sarebbe corso a comprare i regali per i suoi figli Francesca e Paolo. Parcheggia vicino al palazzo di giustizia e, dopo aver consegnato le chiavi della sua vettura al parcheggiatore, si mette a correre in direzione della Banca Nazionale dell’Agricoltura.
Tra gli oltre duecento clienti che affollano il salone della banca, ci sono anche Carlo Silva e Carlo Gaiani. Il primo ha 71 anni e vive in provincia di Lodi: ex agente di commercio di una ditta di lubrificanti per macchine agricole ed ormai in pensione, il signor Silva non ha perso il vizio di recarsi al mercato del venerdì per incontrare conoscenti e vecchi amici. A casa lo aspettano la moglie e i due figli. Il secondo, invece, ha 57 anni, abita a Milano ed è il proprietario di un podere che si trova ai confini della città, vicino al Parco Forlanini. Quel giorno si trova in banca per vendere del bestiame. È molto preoccupato, il signor Gaiani: gli affari non vanno bene perché il vicino aeroporto di Linate sta continuando ad espandersi e Gaiani teme che presto, oltre alle ultime quattordici mucche che gli sono rimaste, dovrà vendere anche il podere.
Poi c’è anche un bambino che si chiama Enrico Pizzamiglio: ha 12 anni ed è in compagnia della sorella quindicenne Patrizia. Patrizia ed Enrico sono in coda ad uno degli sportelli perché i genitori, che lavorano nell’edicola che gestiscono insieme, li hanno mandati in banca per pagare una cambiale e delle bollette. Enrico non vede l’ora di uscire per andare a vedere i negozi e comprare i regali di Natale ma, per farlo, dovrà per forza aspettare in banca, insieme a sua sorella, che i genitori vadano a riprenderli una volta che avranno chiuso l’edicola.
Infine, c’è un uomo: è uno come tanti, uno che nessuno nota e che fa di tutto per non farsi notare. Dopo essere entrato in banca, va verso la rotonda e si dirige al tavolo ottagonale. Le sedie sono tutte occupate dai clienti che stanno compilando, scrivendo, chiacchierando tra di loro mentre mostrano, gli uni agli altri, i regali che hanno acquistato per i propri cari. Non appena una delle sedie si libera, l’uomo la occupa. Tra le mani regge una borsa di pelle nera, molto bella ed elegante, con la fibbia di metallo: è una Mosbach-Gruber, utilizzata soprattutto dai medici e dai giuristi.
L’uomo, facendo finta di niente e cercando di avere un atteggiamento il più naturale possibile, poggia la borsa a terra e la spinge sotto al tavolo ottagonale. Attende qualche minuto e poi, sempre senza farsi notare, si alza e se ne va. La borsa nera, invece, rimane sotto al tavolo, esattamente nel punto in cui l’uomo l’ha posizionata.
È proprio in quel momento che entra in banca, di corsa e tutto trafelato, il signor Pietro Dendena. Uno degli agricoltori – suo amico – lo vede e gli cede il suo posto al tavolo ottagonale. Mentre Dendena, sedendosi, cerca il taccuino delle mediazioni all’interno della giacca, avverte un odore strano. E difatti lo dice all’amico che gli ha lasciato la sedia: «Sento un odore strano. Un odore di bruciato.»

Vista dall'alto dell'ex Banca Nazionale dell'Agricoltura: nell'immagine si vede la forma pentagonale dell'edificio (Google Maps)

Immagine della fontana dell'architetto Giuseppe Piermarini al centro di piazza Fontana. Dietro gli alberi, si scorge l'ex Banca Nazionale dell'Agricoltura (Internet)

Facciata esterna dell'ex Banca Nazionale dell'Agricoltura - oggi filiale della banca Monte dei Paschi di Siena - vista da piazza Fontana (Google Maps)

Vista dell'interno dell'ex Banca Nazionale dell'Agricoltura di piazza Fontana: nonostante i cambiamenti importanti dovuti alle ristrutturazioni dei giorni nostri, è ancora evidente lo stile architettonico della "rotonda" con le sue vetrate a cupola (Internet)

Al centro della rotonda c'è ancora un tavolo a diposizione dei clienti della banca; quello di oggi è circolare col pianale in cristallo, molto diverso da quello fatto di mogano che c'era nel 1969 (Internet)

Un'immagine di un giovanissimo Fortunato Zinni - "l'uomo delle contrattazioni" - scattata negli anni Sessanta (Internet)

07 febbraio 2026

NOTA DELL'AUTORE

L'idea di un blog come questo è nata, nella mia testa, anni fa. L'avevo anche messa in pratica, un paio di volte. Poi, in seguito a vicende personali che mi hanno completamente distolto ed assorbito in tempi diversi, ho dovuto rinunciare a continuare.
Ora spero vivamente che sia la volta buona, ovvero quella in cui possa iniziare senza smettere finché non avrò esaurito gli argomenti - tantissimi - che voglio raccontarvi.
Eh già: in questo blog si parla di storia, Ma non della storia che tutti noi abbiamo studiato a scuola... Qui si parla di storie brutte, di storie con morti, feriti, con buoni e cattivi. Qui si narrano vicende realmente accadute con nomi, date, luoghi e persone esistenti o che sono esistite.
Le storie che vi racconterò trattano gli episodi più brutti che l'Italia ha attraversato nel corso del Novecento. Vi racconterò gli anni bui che ci hanno accompagnato come fossero un'ombra da cui nessuno di noi si può separare. Parlerò della "stagione delle stragi" (piazza Fontana, Ustica, piazza della Loggia, ecc.), della nascita delle organizzazioni criminali come Cosa Nostra o la 'Ndrangheta, della loggia P2 di Licio Gelli, del crack della Banca Privata di Michele Sindona e della misteriosa morte di Roberto Calvi.
Tante storie che, solo a sentirle, ancor oggi, a distanza di decenni dal momento in cui sono accadute, fanno venire i brividi lungo la schiena perché sono state talmente brutte che nemmeno il più abile degli sceneggiatori le avrebbe immaginate per poi trasporle in un set cinematografico.
Durante tutti questi anni in cui ho raccolto documenti, interviste, atti processuali, una cosa non ha smesso mai di lasciarmi a bocca aperta: il contrasto tra la genuinità - a volte sfociante in "faciloneria" - di noi italiani e la scaltrezza di coloro che si sono macchiati degli ignobili atti di cui parlerò.
Perché, quindi, creare un blog pieno di storie così brutte?
Solo ed unicamente per un fine: la memoria.
Ho sempre pensato che un Paese senza memoria sia destinato ad essere un Paese senza futuro.
Mi è capitato di sentire giovani - studenti ma anche neolaureati - che non hanno la più pallida idea di chi siano Giovanni Falcone o Paolo Borsellino. O che non abbiano mai sentito parlare della Banda della Magliana oppure della strage di Ustica. È avvilente.
Il tempo infatti trascorre inesorabile e, vittime a parte, si porta via le persone che quegli eventi li hanno vissuti in prima persona. E se oggi, grazie al cielo, esiste Internet dove ognuno di noi ha modo di effettuare ricerche e documentarsi, è altrettanto vero - ed innegabile - che siano pochissimi coloro i quali abbiano voglia di farlo. Proprio per questo motivo, ritengo utile che qualcuno debba prendersi la briga di mettere tutti i pezzi insieme - quasi come fossero le tessere di un immenso mosaico - e di raccontare i fatti come fossero un romanzo giallo ricco di colpi di scena e di vicende neanche lontanamente immaginate.
Lo stile dei miei racconti sarà proprio questo e, a scanso di equivoci e fraintendimenti, vi informo che tutto ciò che pubblicherò si basa su interviste televisive e giornalistiche, atti processuali e bibliografia pertinente. Nulla è inventato ma tutto è basato su documenti esistenti che verranno citati a chiusura di ogni storia.
Un'ultima precisazione importante: il blog è libero, indipendente e non legato ad alcuna corrente ideologica e/o politica. Chi vorrà potrà utilizzarlo liberamente a scopo didattico o per incontri pubblici che tratteranno gli argomenti inseriti nei post.
L'unica cosa che chiedo, è quella di essere citato in qualità di autore ogni qualvolta il blog verrà utilizzato come fonte di informazione.
Anticipatamente grazie a chi vorrà dedicare del tempo alla lettura dei fatti che racconterò e, magari, lasciare una piccola traccia del proprio passaggio.